REQUIEM PER IL PRINCIPE
Spettacolo-concerto

con

Italo Dall’Orto


STAMPA
Si tratta di una lettura interpretativa dei brani più famosi de Il Principe di Niccolò Machiavelli. L’intento è quello di rendere teatrale uno dei testi più famosi della letteratura mondiale, di cui spesso si conoscono i detti più memorabili ma non il discorso complessivo.

  Italo Dall’Orto, che ne è interprete sulla scena, ha curato anche la scelta dei testi e la riduzione, rendendo allo spettatore il piacere di seguire quasi come in un suspense il ragionamento appassionato e disincantato dell’autore.

  Ha pensato anche di intervallare il respiro della performance con brani del Requiem di Mozart. L’accostamento di questi due monumenti dell’arte e della cultura non è risultato affatto gratuito, come si è constatato fin dalla prima serata, avvenuta nel luglio 2004, nello scenario della restaurata grotta del Buontalenti del giardino di Boboli a Firenze, nel corso della rassegna Machiavellica.

  Lo spettacolo si avvale anche del contributo di testi poetici dello stesso Machiavelli, interpretati e cantati da Chiara Solari.


SCHEDA TECNICA
Durata: 1 h.
Si richiede:
1)una convenzionale disposizione di quinte e fondale neri
2)un piazzato di luci che illumini opportunamente il palco stesso
3)un lettore CD e relativa amplificazione
4)una poltrona a schienale

Il costo dello spettacolo è di € 800,00 + IVA

NOTE DI REGIA

   Secondo gli studi più accreditati, il periodo di gestazione de Il Principe si colloca tra il luglio e il dicembre del 1513. La Repubblica fiorentina era definitivamente caduta per l’azione congiunta degli Spagnoli e dei Medici (16 settembre 1512) e Machiavelli, in clima di imperante restaurazione, era stato dapprima privato del suo prestigioso incarico di Segretario dell’Ordinanza, in seguito torturato e incarcerato per il sospetto di aver partecipato alla congiura del Boscoli e infine esiliato nel contado fiorentino, a S. Andrea in Percussina. Ha 44 anni: la parte più attiva della sua carriera gli sta alle spalle. La speranza di rientrare in gioco, con un incarico anche modesto da parte dei Medici, si assottiglia sempre di più. Ma le sventure e la vita abbrutente del contado non lo piegano ed è allora che, “rivestendo i suoi panni curiali”, dedica al Principe (Lorenzo de’ Medici) ed al mondo l’analisi più spietata che sia mai stata fatta dell’homo politicus e dell’uomo in genere. ”Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno.”

  Sospeso ogni giudizio morale, Machiavelli nella sua analisi si attiene scrupolosamente ai fatti: e i fatti ci dicono che “se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto [morale] non sarebbe buono; ma perché sono tristi”, il Principe non ha da osservare la fede, quando “tale osservanza li torni contro.” Certo, “non si può chiamare virtù ammazzare e’ sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria”: tuttavia “è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità”.

  Ma non è che Machiavelli si opponga a ogni principio etico: il fatto è che qui questo principio viene escluso deliberatamente. Perché, per citare Federico Chabod, ne Il Principe, Machiavelli è “tutto e soltanto preso dal suo demone interiore, dal suo furor politico….tutto contenuto in quel principio e termine del suo vivere interiore, ch’è l’affissarsi nell’agire politico, il resto rimane al di fuori del suo sguardo”. E’ come se l’estetica prevalesse sull’etica; ancora Chabod: “Immaginazione la sua, anzitutto: e cioè, intuizione simile a quella del grande poeta e del grande artista, a cui il mondo si presenta sotto quella forma, ed egli quella soltanto può vedere: altri vede solo forme o colori, e taluno dirà che tutto quel che sente deve esprimerlo, non può che esprimerlo in note musicali; ed egli – lo dice apertamente - lo vede e lo pensa sotto la forma solo dell’agire politico”. Comunque, l’ineluttabilità della tristizia umana rappresentata ne Il Principe, irrimediabile, irredimibile, mi è sempre parsa come un apocalittico De profundis dell’uomo. A nulla valgono gli auspici del Machiavelli per l’uomo nuovo, per il Principe redentore dell’Italia. Qui è stato detto a chiare lettere, da parte di un uomo occidentale, cristiano, dotato di grande intelligenza, senso pratico e fantasia artistica, la parola definitiva sulla natura dei suoi simili agli albori dell’era moderna, quella da noi abitata.

  Dal De profundis machiavelliano al Requiem di Mozart il passo (o meglio, l’azzardo) per me è stato breve.
  Come tutti sanno, Mozart compose il suo capolavoro nell’anno stesso della morte (1791), su commissione di un personaggio che poi risultò non essere affatto misterioso: si trattava del conte Franz de Walsegg-Stuppach, un ricco melomane che, secondo l’uso dell’epoca voleva poi attribuirselo: l’occasione era data dalla morte della consorte del conte stesso.

  L’ultimo anno di vita di Mozart fu intenso più che mai: compose, oltre al resto, La clemenza di Tito e Il flauto magico: è comprensibile quindi perché non riuscì a ultimare il Requiem: di definitivo ci rimangono l’Introitus e il Kyrie: le altre parti erano completate solo per la parte vocale, per il basso continuo e per l’orchestrazione succintamente annotata; mancanti le ultime tre parti (Benedictus, Agnus Dei, Communio). La versione attuale, con ulteriori modifiche, è quella completata dal suo amico e collega Franz Xaver Sussmayr.

  L’idea che Mozart aveva della morte era legata alla sua fede massonica: egli così scriveva al padre Leopold, nell’ultima lettera indirizzatagli (4 aprile 1787): “Poiché la morte (a ben guardare) è l’ultimo vero fine della nostra vita, da qualche anno sono entrato in tanta familiarità con questa amica sincera e carissima dell’uomo che la sua immagine non solo non ha per me nulla di terrificante, ma mi appare molto tranquillizzante e consolante! E ringrazio Dio di avermi concesso la fortuna di procurarmi l’occasione di riconoscere in essa la chiave della vera felicità. Non vado mai a letto senza pensare che (per quanto giovane io sia) l’indomani forse non ci sarò più. Eppure nessuno fra tutti coloro che mi conoscono potrà dire che in compagnia io sia triste o di cattivo umore. E di questa fortuna ringrazio ogni giorno il mio creatore e l’auguro di tutto cuore ad ognuno dei miei simili”.

  Eppure poco prima della morte, il 7 settembre 1791, scriverà questo biglietto (di cui però si è perso l’originale), forse indirizzato all’amico Da Ponte, e forse consegnatoci dalla leggenda: ”Vorrei seguire il vostro consiglio, ma come riuscirvi? Ho il capo frastornato, conto a forza, e non posso levarmi dagli occhi l’immagine di questo incognito. Lo vedo di continuo, esso mi prega, mi sollecita, ed impaziente mi chiede il lavoro. Continuo, perché il comporre mi stanca meno del riposo. Altronde non ho più da tremare. Lo sento a quel che provo che l’ora suona; sono in procinto di spirare; ho finito prima di aver goduto il mio talento. La vita era pur sì bella, la carriera si apriva sotto auspici tanto fortunati, ma non si può cangiare il proprio destino. Nessuno misura i propri giorni, bisogna rassegnarsi, sarà quel che piacerà alla provvidenza, termino, ecco il mio canto funebre, non devo lasciarlo imperfetto”.

  C’è, in entrambi questi due geni, il grande dolore che la morte o l’esilio possano interrompere la grande vena creativa che li accomuna. Al di là delle diverse epoche, al di là dei diversi orizzonti intellettuali, tutti e due al cospetto della titanica lotta dell’uomo armato solo del suo libero arbitrio contro il mistero dei misteri, li ho voluti accomunare almeno per questa occasione. Spero non arbitrariamente.

Italo Dall’Orto